
Impianto di una raffineria
Il petrolio è sceso dai massimi toccati durante la guerra con l’Iran, ma per automobilisti e imprese il sollievo non è arrivato. Il problema non è più soltanto quanto costa il barile di greggio, ma quanta benzina e soprattutto quanto gasolio le raffinerie riescono a produrre. È questo ormai il principale fattore di tensione sui mercati energetici.
Nel momento in cui scriviamo, il petrolio Brent viaggia intorno ai 94 dollari al barile, non un record e ben sotto i 100 dollari.
I prodotti raffinati, invece, restano carissimi. Dall’inizio della guerra il diesel europeo è salito di oltre il 70%. Più del 20% della capacità di raffinazione del Medio Oriente, pari complessivamente a circa 9,6 milioni di barili al giorno, è stata messa fuori uso, mentre la forte riduzione dei traffici attraverso Hormuz continua a limitare le esportazioni di carburanti. A questo si aggiungono gli attacchi ucraini alle infrastrutture russe, che hanno ridotto pesantemente la lavorazione di greggio. Sul mercato mondiale manca quindi prodotto finito, non semplicemente petrolio.
Per l’Italia la differenza è tutt’altro che teorica. Il 21 agosto la benzina self sulla rete stradale nazionale costa in media 2,005 euro al litro e il gasolio 2,122 euro. In autostrada si sale a 2,080 e 2,194 euro. Alla vigilia della guerra, il 27 febbraio, benzina e diesel self erano attorno a 1,67 e 1,72 euro. In meno di sei mesi il rincaro è quindi nell’ordine di 34 centesimi al litro per la benzina e 40 centesimi per il gasolio.
Il dato più significativo è il sorpasso del diesel sulla benzina. La scarsità internazionale dei distillati ha rovesciato il rapporto che per anni aveva visto il gasolio costare meno. E il prezzo attuale è persino attenuato dall’intervento del governo, che fino al 24 agosto compreso aveva ridotto temporaneamente l’accisa sul gasolio a 532,90 euro per mille litri, con uno sconto alla pompa di circa 17 centesimi comprensivo di Iva.
Una tregua nel Golfo non basterebbe a normalizzare rapidamente il mercato. Più di venti raffinerie dell’area hanno subito danni e la riparazione degli impianti richiede componenti specializzati con tempi di consegna lunghi. Anche la Cina, secondo maggiore raffinatore mondiale, ha ridotto per mesi le lavorazioni e le esportazioni, anche se nelle ultime settimane Pechino ha cominciato ad allentare le restrizioni. Nel frattempo le scorte si sono assottigliate. Tra marzo e luglio gli stock petroliferi mondiali sono diminuiti a un ritmo di circa 3,5 milioni di barili al giorno. Nel secondo trimestre le lavorazioni delle raffinerie mondiali sono risultate inferiori di 5,1 milioni di barili al giorno rispetto a un anno prima, mentre la domanda di prodotti raffinati è scesa, sì, ma meno dell’offerta. Per questo un ribasso del prezzo del greggio può non tradursi in una discesa equivalente dei prezzi alla pompa.
Per l’Italia il rischio non riguarda soltanto gli automobilisti. Il gasolio è centrale per l’autotrasporto e un suo rincaro persistente tende a trasferirsi sui costi di distribuzione delle merci, sull’agricoltura e quindi sui prezzi finali. Istat ha già misurato a luglio un’inflazione del 2,9 per cento, con gli energetici non regolamentati ancora in aumento dell’11,4 per cento su base annua. La crisi energetica, dunque, non finirà automaticamente con un eventuale accordo diplomatico con Teheran. Il greggio potrebbe scendere rapidamente, ma ricostruire capacità di raffinazione, ricostituire le scorte e riportare i flussi di diesel e benzina ai livelli precedenti richiederà molto più tempo. Per l’Italia significa che i due euro al litro potrebbero non essere un episodio estivo, ma il segnale di una fase più lunga di prezzi elevati e nuova pressione inflazionistica.
di Sergio Giraldo, membro del Comitato Tecnico Scientifico di Assium