L’era della policrisi: quando la volatilità diventa la nuova normalità

Lug 29, 2026 | Attualità

 

Cercare il prezzo migliore non basta più. Per decenni milioni di consumatori e imprese hanno dedicato tempo ed energie alla ricerca del “miglior prezzo” dell’energia. Era comprensibile: confrontare alcune offerte poteva essere sufficiente per individuare un’opportunità e ottenere un risparmio. Oggi questa logica, da sola, rischia di non essere più sufficiente. In un mercato dominato dalla policrisi, il prezzo migliore è una fotografia; ciò che conta nel lungo periodo è comprendere il film.

Serve un’attività continua di benchmark: osservare i mercati energetici, confrontare le condizioni contrattuali, leggere le curve forward, valutare fisso e indicizzato, comprendere il profilo di consumo e verificare periodicamente se la strategia scelta continua ad essere coerente con lo scenario.

Non è un’attività che realisticamente può svolgere con continuità chi, ogni giorno, nella propria vita o nella propria impresa, si occupa di tutt’altro. Ed è proprio qui che cambia il concetto stesso di risparmio energetico. Lasciare valore economico nelle tasche di famiglie e imprese nel lungo periodo non significa indovinare una volta il contratto più conveniente. Significa presidiare continuamente il mercato.

Dalla bolletta alla gestione del rischio

Non esiste necessariamente il contratto migliore in assoluto. Esiste una strategia più o meno coerente con il profilo di consumo, la propensione al rischio e il momento di mercato. Prezzo fisso o indicizzato, durata contrattuale, fixing, curve forward, efficienza, autoproduzione ed esposizione alla volatilità diventano parti della stessa analisi. È qui che anche il ruolo dell’Utility Manager cambia. 

Non semplicemente qualcuno che cerca un’offerta, ma un professionista che svolge benchmark continuo, interpreta i fondamentali, conosce i meccanismi contrattuali e traduce geopolitica, regolazione e mercato in decisioni comprensibili. Nessuno può sapere con certezza dove sarà il TTF tra sei mesi, quale sarà il prezzo delle EUA o dove nascerà la prossima crisi geopolitica. Ma proprio perché il futuro è meno prevedibile, aumenta il valore della capacità di interpretarlo.

Per anni abbiamo interpretato le crisi energetiche come eventi eccezionali: uno shock geopolitico, un’interruzione delle forniture, una guerra, una tensione sulle materie prime. Eventi destinati, almeno nelle aspettative, a essere riassorbiti per consentire ai mercati di tornare alla normalità. Gli ultimi anni suggeriscono una lettura diversa. Pandemia, guerra russo-ucraina, crisi del gas europeo, tensioni nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz hanno mostrato quanto energia, logistica, geopolitica e mercati finanziari siano ormai parti dello stesso sistema.

Più che di crisi, al singolare, dovremmo quindi parlare di policrisi: fattori di rischio differenti che si sovrappongono, interagiscono e possono amplificarsi reciprocamente. La conseguenza non è necessariamente un’energia destinata a costare sempre di più, ma qualcosa di più difficile da gestire: una volatilità che rischia di diventare strutturale. La geopolitica dell’energia è la nuova cifra per complessità. Ed è nascosta.

Quanto accaduto nello Stretto di Hormuz è emblematico. Attraverso questo passaggio transita circa un quinto dei consumi mondiali di petrolio e prodotti petroliferi e una quota analoga del commercio globale di GNL. Lo stesso valore strategico riguarda Bab el-Mandeb, il Mar Rosso e il Canale di Suez: chokepoint attraverso i quali transitano enormi quantità di commodities e merci. Non è necessario che una di queste rotte venga completamente interrotta perché il mercato reagisca. Può essere sufficiente l’aumento del rischio percepito. Cambiano le rotte delle navi, aumentano tempi di navigazione, noli e costi assicurativi, mentre i mercati incorporano un premio per il rischio nella formazione dei prezzi.

La geografia, insomma, è tornata ad avere un prezzo.

E i mercati non prezzano soltanto ciò che accade oggi, ma ciò che potrebbe accadere domani. Per questo una dichiarazione politica, un attacco o una possibile interruzione dei flussi possono produrre movimenti sulle commodities prima ancora che si verifichi una reale scarsità fisica.

Dalla commodity al PUN 

Per l’Europa questa dinamica assume caratteristiche particolari. Il gas naturale mantiene un ruolo importante nella formazione del prezzo elettrico nelle ore in cui gli impianti termoelettrici marginali determinano il clearing price. Una tensione internazionale può quindi riflettersi sulle quotazioni del gas, trasferirsi sul TTF e sul PSV, modificare il costo della generazione termoelettrica e arrivare infine sul mercato elettrico e sul PUN.

Naturalmente non si tratta di una relazione automatica. Domanda, produzione rinnovabile, disponibilità nucleare e idroelettrica, temperature, stoccaggi e capacità di interconnessione possono modificare profondamente il risultato. Ed è proprio questo il punto: dietro un singolo MWh esiste una filiera molto più complessa di quella percepita dal consumatore finale. La bolletta rappresenta soltanto l’ultimo metro di una catena che può iniziare migliaia di chilometri più lontano. E poi c’è il prezzo della CO₂

Alla volatilità delle commodities si aggiunge inoltre una seconda variabile destinata ad avere un peso crescente: il carbon pricing. Nel sistema EU ETS gli impianti soggetti al meccanismo devono acquistare quote corrispondenti alle proprie emissioni. Per la generazione termoelettrica il prezzo delle EUA entra quindi nel costo variabile di produzione e contribuisce al costo marginale dell’energia elettrica prodotta attraverso combustibili fossili.

Commodity e carbonio possono muoversi per ragioni completamente differenti, ma i loro effetti possono sommarsi. E all’orizzonte c’è ETS2, il nuovo sistema europeo che estenderà il carbon pricing ai combustibili utilizzati negli edifici, nel trasporto stradale e in ulteriori settori. Gli obblighi ricadranno a monte sui soggetti che immettono i combustibili sul mercato, ma sarà fondamentale comprendere quanto di questo costo verrà trasferito lungo la filiera fino agli utilizzatori finali.

Per famiglie e imprese significa trovarsi davanti a un mercato nel quale geopolitica, commodity, regolazione climatica e prezzo della CO₂ possono diventare contemporaneamente variabili economiche. Nell’era della policrisi il vero vantaggio non è indovinare dove andrà il mercato. È essere nelle condizioni di sapere come muoversi ogni volta che il mercato cambia.

di Marco Lupo, Coordinatore Nazionale Delegati ASSIUM

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