Caro Associato,
questo mese vorrei partire da un’immagine semplice: il Teatro Centrale di Roma pieno, luci che si abbassano, il brusio che si spegne e una domanda che attraversa la sala, anche se nessuno la pronuncia ad alta voce: che segno vogliamo lasciare alle nuove generazioni con il modo in cui oggi facciamo il nostro lavoro?
Il nostro evento nazionale di quest’anno non è stato solo un appuntamento in più in agenda, ma un momento di verità. Abbiamo messo al centro i giovani e il futuro del settore, ma inevitabilmente abbiamo parlato anche di noi, delle nostre scelte, delle nostre abitudini, dei messaggi che – volenti o nolenti – stiamo lanciando a chi si affaccia ora al mondo del lavoro.
Siamo tornati al Teatro Centrale, come l’anno scorso, ma con una consapevolezza in più: non possiamo limitarci a “difendere” la professione dell’Utility Manager, dobbiamo contribuire a rigenerarla. E rigenerare una professione non significa solo aggiornarne i confini o i requisiti, significa ripensare il modo in cui viene percepita, raccontata, insegnata e vissuta tutti i giorni.
Oltre la certificazione: perché UNI 11782 non può bastare da sola
In questi mesi abbiamo lavorato molto sulla certificazione UNI 11782. È un traguardo che abbiamo voluto, costruito e difeso, perché definire competenze, responsabilità e ambito professionale dell’Utility Manager era ed è fondamentale. Ma al Teatro Centrale ho sentito il bisogno di dirlo con chiarezza: non basta.
Non basta una norma tecnica, per quanto importante, a cambiare davvero un settore. Se tutto intorno a quella norma il mercato continua a funzionare secondo logiche vecchie – spostamento di reti commerciali, promesse di guadagni facili, turnover continuo delle persone – rischiamo di avere una professione definita sulla carta ma fragile nella realtà.
Quando chiamiamo “recruiting” quello che di fatto è solo spostare squadre di vendita da un brand all’altro, stiamo tradendo la parola stessa. Recruiting dovrebbe significare selezionare, formare, accompagnare nella crescita nuove persone, costruire competenze, investire nel tempo sul valore dei singoli. Nel nostro settore, troppo spesso, significa invece “cambiare maglia” senza cambiare davvero campo.
La certificazione serve a dire al mercato: questa figura esiste, ha competenze specifiche, merita riconoscimento. Ma per fare davvero la differenza dobbiamo accompagnarla con una rivoluzione culturale: nelle aziende, nelle reti, nelle scuole, nella narrazione che facciamo quando parliamo di lavoro ai giovani.
Che tipo di mercato stiamo consegnando ai giovani?
Durante l’evento ho voluto porre una domanda scomoda, prima di tutto a noi stessi come operatori del settore: se congelassimo oggi il mercato così com’è e lo consegnassimo alle nuove generazioni, che cosa troverebbero? Un terreno fertile o un campo minato?
Guardiamoci con onestà. I giovani sono bombardati da annunci che promettono “guadagni immediati”, “carriera veloce”, “nessuna esperienza richiesta”. Per anni abbiamo raccontato il nostro settore come un grande contenitore di opportunità facili: vendere contratti di energia o telefonia, fare “pezzi”, rincorrere provvigioni. In tanti casi abbiamo presentato questo lavoro come “ultima spiaggia” per chi non trovava altro, invece che come una scelta seria, strutturata, strategica.
Eppure sappiamo benissimo che quello in cui operiamo non è un mercato qualunque. Parliamo di energia, comunicazione, servizi essenziali che permettono a famiglie e imprese di vivere, produrre, collegarsi al mondo. Non stiamo vendendo un bene di consumo effimero, ma gestendo relazioni ricorrenti, con impatti reali sui bilanci delle aziende e sulle vite delle persone.
Se continuiamo a raccontare tutto questo solo come “vendita di contratti”, lasciamo ai giovani un’immagine distorta e povera del nostro lavoro. E rischiamo di perdere proprio i talenti migliori, quelli che cercano senso, responsabilità, prospettive di crescita, non soltanto un “lavoretto” per pagarsi le spese.
I giovani non scappano dal lavoro: scappano dalla mancanza di senso
C’è un luogo comune diffuso: “i giovani non hanno voglia di lavorare”. Chi era in sala all’evento nazionale ha ascoltato testimonianze che raccontano esattamente il contrario. I giovani cercano percorsi che abbiano coerenza, visione, possibilità di apprendimento continuo. Non rifiutano l’impegno, rifiutano la mancanza di senso.
Lo abbiamo sentito bene nelle analisi su ciò che i ragazzi cercano oggi: ambienti che li rispettino, che li considerino interlocutori, non solo “numeri” o “pezzi”. Percorsi dove il tempo investito si traduca in competenze concrete, trasferibili, riconoscibili. Non chiedono garanzie impossibili, chiedono che quello che viene loro proposto non sia uno specchietto per le allodole.
Ed è qui che entra in gioco la nostra responsabilità come Utility Manager, come imprenditori, come associazione. Possiamo continuare a cercare “risorse” da inserire nelle reti con la logica del breve periodo, oppure possiamo decidere di investire sui giovani come persone, come futuri colleghi, come protagonisti di un settore che ha ancora moltissimo da dire al Paese.
Se vogliamo che i giovani vedano nel nostro ambito una prospettiva di lungo termine, dobbiamo essere i primi a cambiare il linguaggio, i messaggi e gli strumenti con cui li avviciniamo. È anche per questo che, durante l’evento, lo spot provocatorio sugli annunci di lavoro ha avuto un ruolo centrale: serviva a mettere in discussione proprio quei meccanismi che per anni abbiamo dato per scontati.
Young Tour Assium: dal palco alla strada, per incontrare davvero le nuove generazioni
Da queste riflessioni nasce lo Young Tour Assium. Non come semplice progetto di comunicazione, ma come scelta di campo: se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo andare noi verso i giovani, nelle loro città, nelle loro scuole, nei loro contesti di formazione e di vita.
Lo Young Tour non sarà un ciclo di conferenze calate dall’alto, ma un viaggio fatto di tappe, incontri, dialoghi reali. In ogni città coinvolgeremo circa 300 ragazzi tra maturandi e studenti dei primi anni di università, insieme alle società che vorranno affiancarci in questa responsabilità. L’obiettivo non è fare “reclutamento” nel senso tradizionale, ma raccontare in modo onesto che cos’è oggi il nostro settore e che cosa potrebbe diventare grazie anche al loro contributo.
In due anni stimiamo di incontrare oltre 20mila giovani. Non tutti diventeranno Utility Manager e non è questo lo scopo. Quello che vogliamo è lasciare in loro un messaggio chiaro: esistono lavori che richiedono serietà, competenze trasversali, capacità di relazione, visione di lungo periodo; lavori che non si esauriscono in una firma su un contratto, ma accompagnano famiglie e imprese nelle loro scelte strategiche.
In questo percorso non saremo soli. Abbiamo scelto di camminare insieme a realtà come Grateful Foundation e a figure come Oscar di Montigny, che porterà in ogni tappa del tour il suo punto di vista su economia sferica, senso del lavoro, responsabilità verso le nuove generazioni. Non stiamo costruendo solo un progetto Assium: stiamo aprendo uno spazio di confronto che riguarda tutti, ben oltre i confini della nostra associazione.
Cosa chiediamo alle aziende e ai soci Assium
Young Tour non è uno spettacolo da guardare in platea. È un invito ad agire. Alle aziende diciamo chiaramente: non vi chiediamo di “sponsorizzare un evento”, vi chiediamo di mettervi in gioco per primi, portando esempi di percorsi seri, di crescita reale, di leadership che si misura nel tempo, non nel numero di contratti firmati in un mese.
Essere partner dello Young Tour significa assumersi la responsabilità di come raccontiamo il nostro mestiere. Significa essere disposti a mostrare il “dietro le quinte” delle decisioni, delle scelte etiche, degli investimenti sulla formazione. Significa sedersi davanti a un’aula di ragazzi e dire: “Questa è la strada che abbiamo fatto fin qui, questi sono gli errori che non vogliamo ripetere, questo è lo spazio di opportunità che vediamo per voi”.
Ai soci Assium, invece, voglio chiedere un’altra cosa: di usare questo viaggio come specchio. Ognuno di noi ha una storia professionale fatta di tappe, ostacoli, cambi di rotta. Lo Young Tour può diventare anche un’occasione per rimettere a fuoco le ragioni per cui abbiamo scelto questa professione e per aggiornare il modo in cui la viviamo tutti i giorni.
Non possiamo chiedere ai giovani di crederci se non siamo i primi a crederci in profondità. Non possiamo invitarli a essere seri, se noi per primi non siamo disposti a mettere in discussione le scorciatoie, le ambiguità, i “tanto si è sempre fatto così” che ancora oggi appesantiscono il nostro mercato.
Il segno che lasceremo
Durante l’evento ho detto una frase a cui tengo molto: “Ciò che oggi facciamo sarà il segno che lasceremo alle nuove generazioni.” Non è una frase ad effetto, è un promemoria. Ogni scelta di business, ogni modello di rete commerciale, ogni messaggio con cui presentiamo il lavoro di Utility Manager è un segno che resta.
Se vogliamo che tra dieci o vent’anni un giovane professionista possa dire “Ho scelto questo mestiere perché l’ho visto fare in un certo modo”, allora dobbiamo iniziare ora a farlo in quel modo. Non ci sarà un momento perfetto, non ci sarà un decreto che da solo sistemerà tutto. Ci siamo noi, con la nostra coscienza professionale e con la nostra capacità di lavorare insieme.
Young Tour Assium è, in fondo, una dichiarazione di fiducia: fiducia nei giovani, certo, ma anche fiducia nel fatto che questo settore possa ancora cambiare pelle, rigenerarsi, trovare un nuovo equilibrio tra risultati economici, etica e responsabilità sociale. Non sarà un percorso facile. Sarà un percorso impegnativo, a volte faticoso. Ma sono convinto che, facendolo insieme, diventeremo persone e professionisti migliori.
Un invito ai prossimi passi
Vorrei chiudere questa “bussola” con un invito molto concreto.
Se sei un socio Assium e senti che questi temi ti parlano, chiediti che ruolo vuoi giocare in questa fase. Puoi candidare la tua azienda per ospitare una tappa dello Young Tour, puoi proporre la tua testimonianza, puoi portare idee, contatti, suggerimenti. Puoi iniziare, nel tuo piccolo, a cambiare il modo in cui presenti il lavoro di Utility Manager a chi entra nella tua squadra.
Se sei arrivato a leggere fin qui, probabilmente condividi almeno in parte la preoccupazione e la speranza che stanno dietro a questo progetto. Ti chiedo allora di fare un passo in più: portare questo discorso dentro le tue riunioni, nei tuoi piani di sviluppo, nelle tue conversazioni quotidiane. Le grandi trasformazioni iniziano spesso da piccole decisioni coerenti, prese ogni giorno.
Come Assium, continueremo a fare la nostra parte: dialogando con le istituzioni, promuovendo standard professionali, costruendo momenti di confronto come il nostro evento nazionale e portando avanti con determinazione lo Young Tour. Ma questo percorso ha senso solo se diventa patrimonio di tutti, non “progetto di pochi”.
La bussola del nostro settore, oggi, punta verso i giovani, verso il futuro, verso una responsabilità più adulta e consapevole. Sta a noi decidere se seguirla davvero.
Un caro saluto,
Federico Bevilacqua
Presidente Assium – Associazione Italiana Utility Manager