
Stretto di Hormuz
Il gas liquefatto proveniente dal Golfo Persico resta in gran parte fuori mercato. Dall’inizio della guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran a fine febbraio, i rischi per la navigazione nello stretto di Hormuz hanno sottratto al mercato circa l’80% del Gnl che prima partiva da Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Nei cinque anni precedenti i due paesi esportavano in media 9,4 miliardi di metri cubi al mese, tra marzo e settembre la media è scesa a 1,7 miliardi, e metà di quel poco è rimasta dentro il Golfo. La ripresa delle spedizioni di greggio in settembre aveva fatto sperare in una normalizzazione, ma gli attacchi iraniani di ottobre hanno rimesso tutto in discussione.
Sul fronte diplomatico la situazione è ancora bloccata. La Casa Bianca ha respinto a fine settembre una proposta iraniana di tregua di sette giorni e il vertice tra Iran e paesi del Golfo è saltato sulla richiesta di Teheran di imporre pedaggi e controlli sui flussi energetici attraverso lo stretto. Washington riesce a bloccare l’export petrolifero iraniano, mentre le navi che Teheran considera non autorizzate restano esposte agli attacchi. Dopo le elezioni di metà mandato il presidente Trump minaccia un’offensiva su larga scala, con esiti tutt’altro che scontati.
Su queste basi gli analisti dell’Oxford Institute for Energy Studies hanno aggiornato gli scenari sull’offerta di Gnl, assumendo come caso di riferimento la ripartenza piena dei flussi nell’aprile 2027, cioè quello che a marzo era considerato il caso peggiore, e misurando rispetto a questo tre alternative. Nella prima la ripartenza slitta a ottobre 2027, nella seconda i flussi restano bloccati sotto i 2 miliardi di metri cubi al mese per tutto il 2028, nella terza Qatar ed Emirati trovano un accordo imperfetto sul transito, magari pagando pedaggi, e da gennaio 2027 tornano a esportare la metà di quanto facevano prima della guerra.
Quanto ai prezzi, nei due scenari più restrittivi il Ttf, il riferimento europeo del gas, tocca il massimo nel secondo trimestre 2027 intorno a 96-98 €/MWh, appena 10-12 euro sopra i livelli attuali di circa 84 €/MWh, il che significa che il grosso del rialzo è già nelle quotazioni, se si pensa che prima della crisi, a febbraio, il Ttf valeva 30-33 €/MWh. Anche con un blocco prolungato il prezzo scende gradualmente fino a circa 40 €/MWh a fine 2028. Il mercato, però, non crede alla ripartenza di aprile, dato che i future per il primo trimestre 2027 quotano quasi 86 €/MWh contro i 49 dello scenario base, e quelli del secondo trimestre 69 contro 38.
Più della quantità di gas che viene a mancare, dal confronto tra gli scenari emerge che a pesare è il momento in cui manca. Se la ripartenza dei flussi da Hormuz slitta a ottobre, i sei mesi di chiusura in più tolgono dal mercato 49 miliardi di metri cubi nel 2027 rispetto allo scenario base, mentre l’accordo a metà ne toglie 41, quasi altrettanti, con un rincaro medio del 2027 che però è meno di un quinto, perché un blocco che attraversa l’estate impedisce il riempimento degli stoccaggi europei, mentre una perdita spalmata sull’intero anno viene assorbita con molta meno fatica.
Il riequilibrio del mercato avverrebbe soprattutto attraverso il taglio della domanda, visto che dei 49 miliardi mancanti con la ripartenza a ottobre l’offerta aggiuntiva ne copre 7, quasi tutti dall’Australia, e l’85% del buco si chiude con minori importazioni, di cui l’Europa sopporta metà (20,8 miliardi), seguita dalla Cina. Dagli Stati Uniti non arriva nulla in più, perché gli impianti lavorano già oltre la capacità nominale. In Europa l’aggiustamento dovrebbe dunque passare per minori iniezioni in stoccaggio nell’estate 2027, con il rischio di arrivare all’inverno successivo da un punto di partenza ancora più basso, mentre Giappone, Corea e Taiwan riducono gli acquisti di poco più dell’1% perché possono pagare e l’Asia meridionale perde il gas che non può più permettersi e torna a carbone e petrolio, con possibili blackout.
Se una lezione si può trarre è che la durata del blocco pesa più della sua gravità iniziale, perché i prezzi salgono allo stesso modo nei primi mesi e solo una chiusura persistente li tiene alti fino al 2028.
di Sergio Giraldo, membro del Comitato Tecnico Scientifico di Assium