Sul quotidiano spagnolo El periodico de la energia del 23 febbraio è comparso questo articolo che guarda al nostro paese dall’esterno, valutando le opinioni degli analisti finanziari sul cosiddetto Decreto bollette.
Il decreto, presentato dal governo italiano a metà febbraio, pone una serie di sfide regolatorie non indifferenti e i commenti presentati nell’articolo appaiono pertinenti. Il tema più spinoso è la restituzione ai produttori termoelettrici dei costi per l’ETS, come sappiamo, oltre ad alcuni spunti più legati alla vendita. L’iter di conversione in legge sarà certamente assai dibattuto e un confronto serrato con Bruxelles è inevitabile.
Da El periodico de la energia
Le banche d’investimento respingono la riforma elettrica italiana e dubitano della sua potenziale attuazione.
Nello specifico, gli analisti avvertono che “decarbonizzare artificialmente il prezzo marginale mette in discussione l’essenza dell’ETS, il cui obiettivo è incentivare gli investimenti nelle energie rinnovabili attraverso il segnale del prezzo della CO2”.
Le banche d’investimento hanno espresso il loro rifiuto alla riforma del mercato elettrico proposta dal governo italiano di Giorgia Meloni, che ha avviato una riforma per abbassare il prezzo all’ingrosso dell’elettricità a partire dal 1° gennaio 2027. Questa riforma si basa sull’esclusione del costo della CO2 dal prezzo marginale dell’elettricità generata nelle turbine a gas a ciclo combinato, trasferendo tale costo direttamente ai consumatori, con un tetto equivalente al costo delle emissioni di una centrale elettrica a ciclo combinato, e non danno credibilità alla sua possibile attuazione.
Analisti
Pertanto, JP Morgan sostiene che la decisione di rimuovere il carbonio dal calcolo del prezzo marginale dell’elettricità rappresenta una sfida strutturale all’intera concezione del meccanismo ETS dell’UE, poiché lo scopo dell’ETS non è solo quello di tassare le emissioni di carbonio, ma anche di incentivare lo sviluppo di energia pulita aumentando i prezzi dell’elettricità attraverso l’inclusione dei costi del carbonio al margine, garantendo così che le fonti energetiche rinnovabili raggiungano un’adeguata redditività. “Vediamo un rischio significativo che la proposta italiana non venga approvata”, aggiungono gli analisti della società.
Allo stesso modo, Mediobanca sottolinea che “i Paesi europei non possono eliminare unilateralmente i prezzi del carbonio dalle dinamiche di formazione del prezzo dell’elettricità, poiché ciò andrebbe contro la struttura del mercato europeo della generazione; pertanto, riteniamo che l’attuazione di questa misura sia difficile”.
In particolare, fonti del settore hanno sottolineato che questa riforma proposta dal governo italiano, presentata come un sollievo per le famiglie italiane, comporta in realtà una redistribuzione dei costi del carbonio che mina il disegno del mercato europeo e le fondamenta dell’EU ETS. Inoltre, considerano l’iniziativa una manovra politica interna con un obiettivo chiaro: l’elettorato italiano.
A questo proposito, gli analisti ritengono che il governo stia cercando un nemico esterno a Bruxelles, pur essendo consapevole che la misura è in conflitto con le normative europee sugli aiuti di Stato.
A questo proposito, Goldman Sachs ritiene che la riprogettazione “sarà probabilmente contestata dall’UE”, poiché gli Stati membri non possono modificare unilateralmente i principi del mercato elettrico stabiliti nella Direttiva sull’energia.
Da parte sua, l’ICIS – Independent Commodity Intelligence Services, un’organizzazione internazionale specializzata in informazioni, analisi e prezzi dei mercati energetici – concorda sull’irrealizzabilità.
A questo proposito, lo studio raccoglie pareri di giuristi che ritengono che l’articolo chiave del decreto energia italiano – il meccanismo di compensazione dei costi della CO2 – difficilmente verrà approvato dalla Commissione europea, poiché il suo beneficio è rivolto solo a una specifica categoria di produttori, è strutturale e contraddice la direttiva ETS.
Pertanto, avvertono che la riforma potrebbe alterare le esportazioni e aumentare sostanzialmente la produzione di energia elettrica a gas, il che è l’opposto degli obiettivi climatici.
La proposta ha sorpreso sia l’industria italiana che Bruxelles e il resto degli Stati membri, soprattutto perché la riforma del mercato elettrico europeo è stata approvata meno di un anno e mezzo fa, nel giugno 2024, e né l’Italia né altri Paesi ne hanno ancora attuato i pilastri fondamentali, tra cui la promozione di contratti a prezzo fisso a lungo termine, maggiori obblighi di copertura per i rivenditori e meccanismi di stabilità che, quando entreranno in vigore, andranno a vantaggio dei consumatori e dell’industria.
Pressione sui prezzi
Da quando è stata annunciata la proposta, il prezzo dell’elettricità in Italia per il 2027 è aumentato da 86 euro al megawattora (MWh) a 90,5 euro/MWh.
Allo stesso modo, anche la Spagna ha visto un leggero aumento dei suoi futures, passando da 53,5 a 55 euro/MWh, e la CO2 è aumentata da 68,7 a 72,4 euro a tonnellata.
L’Italia, priva dello sviluppo delle energie rinnovabili e della capacità nucleare della Spagna, si trova ad affrontare prezzi costantemente più elevati. Entro il 2027, il mercato stima che l’elettricità costerà il 65% in più e, finora, quest’anno il prezzo medio italiano è stato di 126 euro/MWh, rispetto ai 48 euro/MWh della Spagna.
Pertanto, mentre l’Italia cerca misure eccezionali, i paesi con un mix elettrico più competitivo, come Francia e Spagna, si opporranno e perseguiranno strategie basate sull’elettrificazione e sullo sviluppo delle energie rinnovabili, come ha appena annunciato Parigi.
Sergio Giraldo, Comitato Tecnico Scientifico ASSIUM